“Due passioni. Due linguaggi. Una sola voce.”
Sono dei Gemelli—e forse non è un caso.
Ho sempre desiderato avere due di tutto.
Due strade.
Due passioni.
Due linguaggi che hanno plasmato il mio modo di vedere il mondo:
la matematica e l’inglese.
Sembrano lontani.
Ma per me sono fratelli.
Entrambi sono linguaggi.
Con una loro logica, una loro bellezza, un loro ritmo.
Una passione naturale… e una chiamata inattesa
Ho iniziato insegnando matematica con lezioni private, uno a uno.
Per me era naturale.
Dicevo spesso: “La matematica ce l’ho nel sangue.”
Faceva talmente parte di me che non capivo perché gli altri la trovassero difficile.
Ma quelle lezioni mi hanno aperto gli occhi.
Ho cominciato a vedere la matematica con i loro occhi.
Con le loro paure. I loro ostacoli. Le loro fatiche.
E così ho iniziato a insegnare in un altro modo.
Loro crescevano.
Io crescevo.
Loro imparavano la matematica.
Io diventavo un’insegnante migliore.
Non dimenticherò mai Maria.
Doveva recuperare matematica e latino.
La collega di latino mi disse:
“Non ha imparato nemmeno una parola. Speravo davvero che la bocciassimo. Ma in matematica è diventata la migliore della classe. E non so come tu ci sia riuscita… ma grazie a te passerà.”
Quando gli studenti ti aprono gli occhi
Ci sono frasi che restano per sempre.
Uno studente, Egidio, durante una lezione sugli asintoti, mi guardò fisso e disse:
“È triste, questa cosa.”
Avevo appena spiegato che un asintoto è una retta a cui una curva si avvicina sempre di più… senza mai raggiungerla.
All’inizio non capivo.
Triste?
Lui disse:
“Il… non raggiungersi mai. Per sempre.”
In quel momento, non stava parlando di grafici.
Stava parlando di desideri, di distanze, di sogni irraggiungibili.
Aveva reso umana la matematica.
E io… io non l’ho mai dimenticato.
Poi c’era Giovanni.
Amava le lettere, ma con la matematica non ce la faceva.
Mi disse: “La matematica è impossibile. Non la capirò mai.”
Così ho seguito il suo ritmo.
Il suo passo. I suoi silenzi.
Abbiamo camminato insieme, fino al punto in cui qualcosa si è illuminato.
Ha guardato il risultato con stupore e ha detto:
“Ma… era questo? Era solo questo che non capivo? Ma è facilissimo! Com’è possibile?”
È per quei momenti che insegno.
Dall’inglese alla matematica… e ritorno
All’epoca avevo solo la laurea in inglese.
Insegnavo inglese, privatamente.
Ma i miei studenti cominciarono a chiedermi aiuto anche in matematica.
E poi, un giorno, mi dissero:
“È più brava a insegnare matematica che inglese!”
I ragazzi non filtrano.
Ma spesso vedono cose vere.
Mi spingevano:
“Perché non insegna matematica a scuola?”
Così ho iniziato a mandare domande…
ma solo per l’inglese.
Era l’unica possibilità che avevo.
Poi, un giorno, una scuola mi ha chiamata.
Avevano bisogno di un’insegnante… di matematica.
Il preside—Vincenzo, non lo dimenticherò mai—mi disse:
“Hai il talento per farlo. Ma con la tua laurea in inglese, non posso assegnarti matematica.”
E poi aggiunse:
“Devi iscriverti in matematica. Solo così posso assumerti.”
Diventare insegnante… e restare studentessa
Non c’era un’università vicina.
Pensai di iscrivermi in Scienze.
Il preside Vincenzo disse:
“No. Deve essere matematica.”
Così mi sono iscritta.
Il primo anno insegnavo matematica di giorno,
e la ripassavo la sera.
Poi ho iniziato a dare esami.
Ogni settimana, nel mio giorno libero, viaggiavo per seguire una intera mattinata di lezioni.
Solo una. Ma bastava.
Perché la matematica è già in me.
Non la studio come qualcosa da imparare.
La riconosco.
La ricordo.
È scritta dentro di me.
E io devo solo farla venire alla luce.
Così sono diventata una figura un po’ atipica:
una insegnante-studentessa.
Una studentessa-insegnante.
Ciò che imparavo all’università, lo portavo il giorno dopo in classe.
Non copiavo la lezione.
Portavo la scintilla.
Quella meraviglia che avevo visto nei miei professori.
I miei studenti la sentivano.
E anch’io.
Dopo quattro anni, ho preso la mia seconda laurea.
In matematica.
Nei tempi giusti.
Come se avessi semplicemente trovato il sentiero che mi stava aspettando.
Una volta pensavo di aver tradito la matematica scegliendo l’inglese.
Ora so che non è così.
Sono entrambe parti di me.
Due passioni.
Due linguaggi.
Con la stessa dignità.
Dove sono ora
Oggi insegno matematica in un liceo linguistico.
Non il “naturale” liceo scientifico che tutti si aspettavano.
Ma quello dove le mie due voci possono finalmente convivere.
Grazie al CLIL, insegno matematica in inglese.
E quando non lo faccio, i miei studenti mi chiedono:
“Prof, ma quest’anno non facciamo nulla in inglese?”
Non devo più scegliere.
Le insegno entrambe. Le vivo entrambe.
Perché la matematica non è solo numeri.
E l’inglese non è solo grammatica.
Sono due modi di capire il mondo.
E di capire sé stessi.
